Dalle memorie del primo parroco Don Giulio Cesari

A LA GIUSTINIANA DI ROMA

Nell' ottobre del '56 i superiori mi parlarono del trasferimento a La Giustiniana. Dovevo essere il primo pastore di questa parrocchia appena eretta. Era stata costruita l'ossatura in cemento armato della cripta, la casa parrocchiale quasi ultimata. Avrei dovuto interessarmi della costruzione della chiesa, utilizzando le esperienze passate.

Ebbi diversi incontri con il cardo Eugenio Tisserant, nostro vescovo: riponeva in noi tanta fiducia e questo ci sospingeva a buttarci a capofitto nell'impresa.

Mamma mi consigliò di vedere il contesto edilizio, esaminò il progetto della' chiesa e lo scartò subito soprattutto per il poco spazio messo a disposizione dei fedeli. Mi disse che la chiesa doveva essere ampia perché il centro si sarebbe sviluppato notevolmente. I problemi da risolvere erano molti; tra l'altro occorreva costruire sopra la cripta e questo riduceva notevolmente la libertà di manovra.

Il trasferimento avvenne un anno dopo, il 24 ottobre 1957 e questo ritardo servì a meditare e vivere tutti gli aspetti della costruzione. Stranamente la soluzione finale non la intravedevo.

All'inizio della novena in preparazione alla festa dell'Assunta mamma mi parlò con insolita decisione: dovevo stendere il progetto e subito; potevo contare sull'aiuto della Vergine Immacolata.  Quanto, nel frattempo, dovette pregare, e notte e giorno! E fu proprio in una notte nella quale non riuscivo a prender sonno, che mi alzai: mi sembrava che qualcosa dentro stesse maturando. In breve, fu progettato l'interno della chiesa e fu, poi, realizzato come pensato in quella notte.

Appena arrivati a La Giustiniana volle osservare tutto con grande attenzione. Concluse che la prima cosa da fare era l'acquisto di un appezzamento di terreno per  procurare un accesso sicuro e comodo alla Cassia, una piazzetta, un posteggio.  Le feci notare che non tutti i problemi potevano essere contemporaneamente risolti; che chiedesse alla Madonna il suo aiuto per la costruzione della chiesa; al resto si sarebbe pensato in seguito. Sorrise di cuore: forse vedeva che la chiesa un anno e mezzo dopo era realtà e che l'acquisto del terreno sarebbe stato effettuato solo dopo 20 anni? E venne solo dopo che avevamo scongiurato tanto la Vergine a mettere le mani anche in questa faccenda?

La costruzione si realizzò sulla falsariga di quella di Castelgiuliano; mettevamo a disposizione di Gesù attraverso la Vergine Santa quel poco che avevamo ed al resto pensavano loro.

Le difficoltà, di ordine economico anche se in alcuni momenti facevano impazzire, in genere furono inferiori a quelle di Castelgiuliano. Invece, gli ostacoli, le persecuzioni furono tanto maggiori. Appena alzato, al mattino, facevo un giretto attorno e, vedendo che ancora non avevano distrutto con una bomba, ringraziavo di cuore la Madonna.

A quel tempo, c'era mamma a donarci tanto coraggio, a minimizzare le difficoltà, col racconto di quelle superate nella sua vita.

In genere le condizioni economiche della gente non erano buone: la popolazione, in gran parte emigrata e spesso clandestinamente, vivevano in case tanto ristrette ed umide.  La pontificia Opera di assistenza ci permise di essere presenti in maniera concreta su questa dura situazione.

Era mamma a distribuire, ad incoraggiare, a sospingere, a fidarsi della Vergine Immacolata, nostra protettrice. Lentamente questi aiuti diminuirono e mamma mi esortava a mettere in primo piano i bisogni dei poveri.  Soleva ripetermi che la costruzione della Chiesa poteva aspettare, i poveri non potevano attendere. Aveva tanto paura che il mio cuore restasse imprigionato dalle necessità della costruzione.

Sugli operai addetti ai lavori seppe riversare tutto il suo affetto materno. Li mise sotto la protezione di s. Giuseppe, assicurò che questo caro Santo li avrebbe preservati da ogni pericolo, e questo avverrà più di una volta. Il primo giorno si iniziò con la celebrazione della Santa Messa ed in quella occasione fece trovare una ricca colazione per tutti: ogni settimana c'era poi un suo pensierino. Gli operai avevano tanta fiducia in lei, spesso le parlavano dei loro problemi famigliari: alcuni, anche in seguito, ritorneranno a caricarsi di luce e di speranza da lei. Nel carnevale del '59 le chiesero «le castagnole»: il giovedì grasso dalle 4 del mattino fino a sera ad impastare ed a friggere. Ciascuno ne riportò a casa un cesto. Alcuni me lo ricorderanno con grande ammirazione dopo anni.

Ed a proposito di questa costruzione un episodio che ci fa scoprire lo spirito della gratitudine che sempre l'ha animata. Avremmo voluto consacrare la chiesa appena costruita: i nostri malati che l'avevano impastata delle loro preghiere e dolori, aspettavano con ansia. Invece, nello spazio di qualche mese, nel '60, ci lasciano. La consacrazione senza di loro non avrebbe avuto pieno significato e l'accantonammo.

Il 22 novembre del '66 il card. Eugenio Tisserant lascia la guida della nostra diocesi, non senza una profonda sofferenza. Quanto l'aveva amata e quanto per essa si era sacrificato! Mamma, a dargli un segno della nostra gratitudine mi dice di fargliela consacrare: il cardinale per aiutarci si era privato di una somma lasciata per l'ultima malattia e per le spese funerarie!

La consacrazione avvenne il 5 febbraio '67 con grande gioia di tutti. Quella di mamma era certo la più grande: sembrava ringiovanita. Tutti restarono estasiati del suo affetto e della sua lucentezza. A pranzo, tra l'altro annunciai che il cardinale il 4 agosto '67 avrebbe celebrato il 60° del suo sacerdozio. La sua prodigiosa attività gli aveva dato come il dono di una perenne vitalità.

Mamma per l'occasione fece coniare dall'amico Angelo Sabbatani una medaglia commemorativa in quasi 500 esemplari. Quanto fu contento il cardinale! Non finiva di scriverci in proposito.